Enrique García Santo Tomás, La creación
del Fénix, Gredos, Madrid, 2000.
Enrique García Santo Tomás é ricercatore all’Università del
Michigan ed ha al suo attivo varie pubblicazioni pertinenti al teatro
barocco come il suo recente El teatro del
Siglo de Oro ante los espacios
de la crítica: encuentros y
revisiones, edito da Iberoamericana
(Madrid, 2002, 482 p.) e alla poesia, su riviste specialistiche e in volume. Il
saggio oggetto del nostro interesse è una rielaborazione della sua tesi di
dottorato discussa presso la Brown University ed edita nel 1999 dalla Ann Arbor. In questo testo egli affronta la formazione del
canone di Lope de Vega e la
sua ricezione critica prendendo in considerazione aspetti che trasbordano dal
campo letterario per sfociare in quello sociologico e antropologico. In
particolare, l’autore de La creación del Fénix segue i
dettami critici della Scuola di Costanza, partendo per la sua analisi dalla
considerazione che la ricezione estetica e critica delle opere di Lope è “un fenómeno conflictivo, influido por numerosos intereses en juego y siempre cambiante según el momento de la representación o lectura de la obra (…) La historia de una recepción es la historia de una respuesta: los textos se
reciben y se contestan”. Il saggio è diviso in
sei capitoli, uno introduttivo, uno conclusivo e quattro
associati ognuno ad un secolo dal Seicento al Novecento. L’autore si sofferma
in particolare sull’analisi di quattro opere rappresentative di ciascuna epoca: l’ Arte nuevo de hacer comedias, El perro del hortelano, El mejor alcalde, el Rey, e Fuenteovejuna.
La
prima tappa dell’ excursus
attraverso la ricezione critica di Lope in cui ci
accompagna lo studioso spagnolo ha il suo inizio nella decade del 1580 e si
estende fino al 1690, anni in cui si dipanarono le prime polemiche mosse contro
il nuovo teatro, diatribe che avevano a che vedere principalmente con la
moralità dello stesso. L’autore ci ricorda, rimandando agli studi sul Debate sobre la licitud di Cotarelo, come il
primo orizzonte delle attese degli spettatori contemporanei a
Lope venisse investito in primo luogo dall’audacia di
invenzioni sceniche che prevedevano, tra gli altri artifici, dame travestite da
uomini. L’altra fonte di scandalo, per l’epoca, fu la mescolanza di sessi e la
presenza di nobili e popolani in uno stesso scenario.
Nei capitoli a
seguire lo studioso si sofferma a considerare l’incompatibilità tra il secolo
dei lumi e i dettami del teatro lopesco, considerati
dai critici settecenteschi poco edificanti. Non si tratta tuttavia di una vera
e propria condanna unanime: in questo, come nei seguenti capitoli, García Santo-Tomás cerca di
sfatare alcuni falsi assiomi come la considerazione che il Settecento sia stato
un secolo che rinnegò completamente il teatro del Siglo de Oro. Di certo,
afferma l’autore, lo spettacolo per gli uomini del XVIII secolo doveva essere
specchio dei tempi, senza anacronismi nocivi che pregiudicassero
l’ordine stabilito. Da qui le spaccature critiche mosse ad un’opera come El perro del hortelano, i cui
detrattori di punta saranno Luzán
e Alberto Lista.
Seguendo la
traiettoria che ci propone García Santo Tomás, la prima decade del XIX
secolo appare positiva per il recupero del teatro barocco e di Lope. Infatti, a suo dire, in
questi anni, immediatamente precedenti al fervore romantico, convivono tendenze
e gusti diversi: Leandro Fernández de Moratín, ad esempio, contrariamente al padre, aprì un varco
per la rivalutazione della figura di Lope e della sua
opera. Questo lieve mutamento di
prospettiva è il prologo al romanticismo che recupererà il teatro di Lope inserendolo in un programma nazionalista che esaltò il
passato per ritrovare l’essenza dell’ispanicità. Lope divenne nell’ottica
ottocentesca un autore senza alcuna barriera, un vero eroe romantico anche per
la sua vita, intensa e passionale. L’autore di La
creación del Fénix ci
ricorda come l’originalità e il concetto romantico di “sublime” saranno le
caratteristiche che maggiormente i critici ottocenteschi ricercheranno in Lope oltre ai tratti distintivi dell’amore cortese, la
cavalleria e la religiosità. Il concetto di “refundición” é un elemento chiave su cui García Santo Tomás si sofferma a
ragione: si tratta di rivisitazioni delle opere di Lope,
le quali subiscono modifiche morfologiche nel testo, trasformazioni
scenografiche e altre alterazioni per adattare l’opera barocca al nuovo gusto
romantico. Alcuni tratti tipici della comedia del Siglo
de Oro furono perciò “purgati” dai refundidores con l’eliminazione di passaggi ritenuti poco
consoni all’epoca.
I primi secoli del
Novecento si aprono tra drastici cambiamenti politici
a livello mondiale e con un nuovo desiderio di avvicinare il teatro alle masse.
Le pagine migliori di La creación del Fénix sono forse proprio quelle che l’autore dedica
alla ricostruzione dell’opera di diffusione del teatro del siglo de Oro
intrapresa dalla García Lorca
con la sua Barraca. Come opera per illustrare la ricezione
critica del XX° secolo, García
Santo-Tomás sceglie Fuenteovejuna, testo
universalmente accettato come allegoria della voce degli oppressi e che fu
quindi, come l’autore ben sottolinea, censurato o esaltato in base
all’ideologia dei fruitori e alle contingenze socio-politiche.
Giungendo
alle ultime pagine di questa estesa monografia
pubblicata da Gredos,
notiamo, accompagnati dall’equilibrato giudizio di García
Santo Tomás, come con la morte di Franco e la caduta
della dittatura e della censura negli anni ’80 lo Stato tornò ad appoggiare la
messa in scena dei classici, facendo perciò sbocciare una sorta di “primavera
di fine secolo” per Lope, che prosegue tutt’oggi, con trasposizioni cinematografiche dei testi del
Fénix come nel caso del recente El Perro del hortelano di Pilar Miró, più
volte citato dallo studioso.
Una
delle idee cardine su cui insiste l’autore lungo tutto
il libro è il valore estetico di un’opera d’arte inteso come un parametro in
costante movimento: egli ci invita così a rimettere in discussione
l’autenticità delle considerazioni critiche che abbiamo ereditato.
Nelle
sue conclusioni García Santo-Tomás
puntualizza il fatto che la scena attuale ha reso Lope una “reliquia intocable”, un
“anacronismo placentero para una sociedad
que lo acepta bien en cualquier formato” e
l’autore di La creación del Fénix
suggerisce invece di allontanarsi da questo tipo di beatificazioni
critiche, che posizionano Lope su un piedistallo
inarrivabile. Sfatare questa sterile glorificazione è l’importante lavoro che García Santo-Tomás affida alle
mani dell’ istituzione scolastica e soprattutto della
ricerca scientifica, affinché si ponga termine alla mancanza di edizioni
critiche delle opere teatrali di Lope de Vega: un proficuo lavoro di critica si deve appoggiare su
solide basi che non possono essere altro che le opere del Fénix
de los ingenios.
Un
testo nel suo complesso estremamente pregevole perciò,
pur ammettendo la presenza di alcune imperfezioni che non ne compromettono un
globale giudizio positivo. Tra gli aspetti meno convincenti spicca l’utilizzo,
in maniera forse troppo sistematica, degli schemi prefissati da una determinata
corrente come quella della scuola di Costanza. Si rischia, in questo modo, di
restare invischiati in un’applicazione sterile di teorie che limitano invece
che ampliare la visuale del problema oggetto di studio. Un’ulteriore
restrizione potrebbe essere, a mio avviso, la scelta di approfondire la
ricezione critica di un’ unica opera per secolo: evidente è il pericolo di
assumere come globale un giudizio che può essere invece estremamente parziale.
Ciononostante La creación del Fénix
può essere considerato un prezioso punto di partenza per una visione critica
più amplia, europea, un nuovo passo verso la riapertura del dibattito sul
teatro del Siglo de oro e la sua ricezione, poiché
essi possono riservarci ancora innumerevoli interessanti sviluppi.